
Cala il sipario
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20 Febbraio 2026In ogni parte d’Italia esistono e operano fondazioni in gran parte nate per dare al proprio territorio servizi, opportunità, offerte culturali e civiche che le istituzioni pubbliche non sono in grado di offrire. Dietro ogni “ente del terzo settore” c’è una volontà sincera e disinteressata di offrire molto senza richiedere nulla. E come è accaduto ad Alba, nel Cuneese, la scomparsa della donna – che le cronache descrivono generosa, colta – moglie dell’imprenditore che ha inventato e fatto conoscere al mondo intero per la gioia dei palati la celebre Nutella, presidente di una Fondazione che del successo imprenditoriale era la naturale espressione, ha visto centinaia, migliaia di persone semplici e commosse, dipendenti ed ex dipendenti recare il proprio omaggio dolente perché avevano lavorato duro ma rispettati, aiutati, apprezzati come veri artefici e protagonisti con un imprenditore illuminato del successo commerciale. Questo accade in ogni borgo d’Italia dove persone generose e geniali hanno portato lavoro regolare e servizi per uomini e donne che erano il solo modo per poter lavorare sapendo che menti e cuori generosi, che nessuno chiamava “padrone”, rendevano possibile avere figli e anziani da accudire perché altri avevano ben chiaro che dietro la fabbrica c’è una famiglia che ha bisogno, oltre il lavoro, anche di altro, rispetto e aiuti compresi.
Tutto questo – in forme diverse – accade in migliaia di luoghi, nasce dalla liberalità di persone che con l’aiuto di altre persone generose vogliono restituire alle comunità parte di ciò che hanno ricevuto, ricordare persone care scomparse il cui nome sarà conservato e diffuso proprio da una fondazione che nasce per durare, per aiutare, per ricordare, contando sul rispetto dei cittadini e sulla correttezza e lealtà delle istituzioni di prossimità.
Questo accade di solito ovunque ma non a Cosenza, in Calabria, dove una Fondazione voluta da un signore benestante e anche poco malizioso ha deciso nel ricordo dei suoi genitori di dare alla città natale oltre la metà del suo patrimonio. E con esso ha permesso di salvare dal degrado una villa storica, di farne un luogo di cultura, di partecipazione civica, un museo storico multimediale il primo e più grande d’Italia, apprezzato dal ministero competente come “museo di interesse nazionale”. I cittadini in buon numero l’hanno apprezzato, frequentato, arricchito con un sentimento di riconoscenza e di orgoglio.
Il Sindaco che per sua scelta doverosa e per rispetto agli obblighi di correttezza e tutela enumerati in un apposito codice deve, dovrebbe essere il più zelante nel valorizzare un bene che da privato diventa pubblico, ha preferito stracciare i patti, violare gli obblighi, schiavo di un narcisismo cinico e cattivo.
Ma come spesso accade tra moltissimi virtuosi si nascondono pochi ma pericolosi nemici che si compiacciono per pura indegnità di distruggere ciò che è stato donato senza curarsi di avere scartoffie firmate a garanzia del bene donato. Non ce ne sarebbe necessità – se non sei sospettoso di natura. Ma se questo è vero sempre e ovunque non lo è affatto nella nostra terra disgraziata, e quindi un manipolo di traditori, con una ricca schiera di sodali e mandanti viola ogni regola etica e giuridica, si impadronisce di un bene solo formalmente privato, lo saccheggia privandolo delle poche risorse professionali pregiate, lasciando immuni solo i propri famigli, con l’arroganza di chi sa di poter contare su politici straccioni, sul silenzio omertoso dell’informazione e delle istituzioni nazionali e locali, sull’accettazione del maltolto da parte dei cittadini ai quali quel bene – frutto di lavoro difficile e di molti milioni impegnati – era stato donato per un sentimento ormai desueto, quale è l’amore sincero per la propria città.
Come non bastasse questa proterva e tossica compagnia viene in soccorso anche un magistrato osannato e venerato, quasi fosse un novello Mosè.
Una persona saggia consapevole di avere fatto tutto ciò che doveva prende atto del crimine e si ritira in una terra dove briganti non ce ne sono e se pure esistessero non oserebbero macchiarsi di tanto delitto. Perché in genere il controllo e la vigilanza sociale funziona quanto e più dei tribunali, delle forze dell’ordine, dei burocrati competenti.
Ma chi scrive non è persona saggia e quindi ha deciso di combattere – malmesso in salute, con poco tempo dinanzi – nei tribunali corrotti, nelle istituzioni competenti e inerti, con la sola “arma” che sa usare: la parola e la scrittura. Bastano? Probabilmente no ma in compenso restano, durano nella memoria, e alla prima occasione diventano come lance puntute che è difficile schivare.




