
La giustizia ha senso se non divide i cittadini in figli e figliastri, come accade spesso da Roma in giù
16 Ottobre 2026La crisi globale che è stata ampliata da Donald Trump non è destinata ad una rapida fine e le elezioni imminenti di mid term e neppure la sconfitta di Netanyahu in Israele basteranno a lasciarsi alle spalle la perdita di ogni equilibrio, geopolitico, sociale, economico ed ambientale.
Le prospettive sono buie e lo saranno per un tempo lungo, perché sia pure con diverse aspettative la perdita di ogni equilibrio ha creato fratture e lacerazioni che anche avessimo in ogni parte le migliori, le più illuminate, classi dirigenti in politica, in economia, in consapevolezza del come e del perché sembra all’improvviso il disordine e il caos si è annunciato e alla fine s’è creato.
Da un punto di vista cinico ma tranquillizzante la rottura del muro di Berlino, che ha un valore simbolico e assunto come indice che la bilancia del potere e della potenza si era decisamente piegata verso l’area occidentale del pianeta – USA ed Europa – in cui la prima era la sola vera protagonista pressoché assoluta e la seconda ne era l’appendice dove la democrazia e l’equità serviva egregiamente a camuffare il rapporto formalmente securitario, amicale, irreversibile ma sostanzialmente quasi coloniale tra una vera potenza che assicurava protezione ad un colto e libero continente che si acconciava realisticamente a baciare le pantofole del capo, collettivo non individuale, del gigante americano. Siccome il successo dà facilmente alla testa lo Storico Fukuyama parlò addirittura di “fine della storia” – una castroneria perché la fine della storia sarebbe la fine della vita dei popoli – e il presidente USA Obama a proposito della Russia, uscita dalla sua identità imperiale, osò definirla una “potenza regionale”. Insomma una tessera quasi insignificante nella scacchiera mondiale.
E siccome quando ci si sente vincitori senza limiti temporali e spaziali la gente perde il senso della ragione anche i popoli del terzo mondo, un eufemismo per non chiamarli morti di fame e costretti allo sfruttamento che è sempre meglio dell’indigenza che buca lo stomaco e ti rende un paria della società inconsapevole.
Tutto questo nelle sue diverse declinazioni l’abbiamo chiamato globalismo, pane e acqua per tutti, per alcuni in misura da scoppiare, per tutti gli altri il necessario per non far stridere per il vuole gli stomaci.
Quando si creano opportunità per una minoranza non esigua per essere ricchi o straricchi anche i poveri che alla mensa imbandita solo per i primi non saranno mai ammessi, si sentiranno quasi dei privilegiati. È un meccanismo vecchio che funziona sempre abbastanza. Sono escluso dalla tavola ricca di ogni ben di Dio ma ho il privilegio di riempire con un’elegante divisa i piatti e i calici dei signori. E la distanza gerarchica che è solo apparente e autoprodotta sparisce per lasciare spazio al falso ed effimero potere.
Ora tutto questa ubriacatura di ricchezza per tutti è all’ improvviso scomparsa. Addirittura classi sociali che erano considerati se non ricchi benestanti – i bancari non trovavano una esagerazione che li si chiamasse banchieri (la parola “banca” era comune ad entrambi) – ora scoprono che non sono “signori” come erano considerati , a marcare la distanza dai lavora tori che usavano più le mani e il mestiere appreso ai torni, che persino i professori di liceo guadagnano lo stesso stipendio di un bravo operaio o artigiano, e il famoso ascensore sociale che il diploma o la laurea ti assicuravano, ora è fermo tra un piano e l’altro.
La società “verticale” ha vinto ampiamente il confronto con quella “orizzontale”. Anche qui un equivoco che aiuta a sentirsi benestanti. Abitare in un grattacielo da 10 0 15 piani, magari con lo sfizio di piantare le piante che salgono verso l’alto fa tanto fico, e se pensi di poterci vivere dovresti leggere un cartello che non ha una natura fisica – cartacea o metallica – ma che dice chiaramente che quegli appartamenti da 40 mq in su teli scordi se non hai in banca almeno un milione e mezzo di euro.
Anche in questo caso un camuffamento. Un tempo le case se erano palazzoni alti come un grattacielo erano considerati popolari o comunque non eleganti, fatti per i soli signori.
Quando a 7 anni lasciai Cosenza peer Roma, passando da un palazzetto di tre piani di via Piave che coi i suoi fregi e balconi “aggettanti” fa ancora la sua porca figura ad un palazzone di 11 piani con tre portoni d’ingresso e solo con un centinaio di sole finestre capimmo che non eravamo diventati condomini di un complesso elegante (ma con la fermata della metro B proprio difronte a 200 metri di distanza) ma eravamo diventati condomini di una casa popolare. Come al solito sbaglio i tempi: fossi restato a Cosenza almeno fino agli anni prossimi al ’50 sarei stato considerato un condomino privilegiato perché con la metro sotto casa, non avrebbero notato con un po’ di puzza sotto il naso che il palazzo era “un palazzone senza balconi,” quasi un grattacielo di oggi.
Ma di errori su Cosenza ne ho fatti diversi, ed anche qui è questione di tempo. La città che amavo e ricordavo era ospitale, affettuosa, generosa quella dove sono tornato a vivere per quattro anni, non aveva nessuna di queste virtù. E mai un finto amico, anzi “fratello” mio omonimo, con la compagnia di veri traditori avrebbe osato togliersi la machera e rivelarsi “Fratello coltello”, distruttore per ambizione di una Fondazione e della sua Villa Rendano tutto teso a fare in modo che da un fisico vulnerabile, passassi ad uno incapace di sostenere traumi, falsi penosi e velenosi, e ora vicino al fine vita che il “fratello di melma” cerca di rendere imminente producendo querele che sono peraltro la copia ridicola di querele da me depositate almeno due o tre anni prima di lui senza avere il privilegio di essere almeno lette dal procuratore di Cosenza.




