
A Cosenza dall’orrore della repubblica dei PM alla farsa
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4 Agosto 2025Il titolo “la giustizia ’mbriaca” è irriverente ma non è infondato.
Come l’Italia è lunga e le differenze anche macroscopiche hanno ampio spazio per manifestarsi e senza avere picchi eccellenza c’è una parte non piccola dove la “condizione etilica”, la ’briacatura insomma, è nella norma e a prova di etilometro.
Mi spiace da meridionale dovere ripetere che il peggio è spesso – non sempre – da Roma in giù.
Non è un vizio genetico, non significa che i pm e i giudici non siano in buona parte capaci, onesti, affidabili e se qualcuno la volesse tirare con la solita storia dei mafiosi o camorristi per “natura” basterebbe ricordare che i magistrati uccisi (e aggiungo le forze dell’ordine Carabinieri e Poliziotti) perché non sono arretrati di fronte al rischio personale sono stati in maggioranza meridionali.
Quindi smettiamola con la filosofia “lombrosiana” per la quale chi è nero o scuro di pelle, con lineamenti imperfetti, capelli corvini e baffi da esposizione questi sono da guardare con sospetto e timore.
Nondimeno la giustizia specie da Roma in giù s’è ’mbriacata assai.
Come al solito pesco dalla mia esperienza personale, come denunciante o avvocato, vittima piuttosto che carnefice, animato da “questioni di principio” che sono la materia dei fessi o degli ingenui. L’esperienza è recente e nota a molti dei lettori di questo giornale. Mi riferisco alla rapina, ripeto rapina, quella che si realizza spaccando le vetrine di un negozio di preziosi, si tiene sotto tiro proprietario e commessi e con tono che non lascia dubbi riempiono i sacchi dei rapinatori di tutta la mercanzia di maggior valore.
Bene, io affermo che siccome una rapina significa che non c’è alcun motivo legittimo per arraffare un bottino che non è del “commerciante” – nel caso di specie, il sottoscritto – ma è patrimonio dei cittadini che l’hanno ricevuto in donazione, l’assalto criminale alla Fondazione a Villa Rendano, ai suoi contenuti, al giornale libero e letto ovunque è pari pari una rapina.
Anche in questo caso si va dai Carabinieri per denunciare il fatto, si forniscono nomi e prove indiscutibili, mandanti e complici e poi partono le indagini il cui risultati vanno consegnati alla Magistratura, in particolare i Procuratori della Repubblica. E qui possono nascere i primi intoppi perché con la scusa dell’obbligatorietà dell’azione penale e l’autonomia sacra dei magistrati ci sono casi che filano come bolidi ed altri che procedono, se procedono, con la lentezza bavosa delle lumache.
Andiamo sul concreto: il sottoscritto, “il gestore” non il proprietario, quando ha visto il nulla per il quale quattro “amici” al cui confronto il povero Giuda sembra San Francesco, ha fatto quello che riteneva suo dovere.
Ha inviato al Tribunale di Roma (non a caso perché tutto il malloppo era registrato a Roma, Cosenza non era neppure citata per sbaglio) tre Citazioni civili contro la banda del buco con il seguente risultato: il processo per avere almeno pagato 11 anni di lavoro non retribuito come Direttore generale mi ha visto perdente perché l’avvocato toscano sbagliando aveva qualificato il mio ruolo non tuttologo come sarebbe stato giusto ma “parasubodinato”. La dizione esatta è “subordinato” perché sopra di lui c’è il Cda che di fatto conta meno.
Ci sono decine di testi giuridici che raccomandano che non bisogna fare una questione nominalistica ma tener contro di tutto il contesto, e il contesto era costituito da una quarantina di allegati che erano lì per poter fare l’istruttoria che è essenziale (ma con la scusa di fare presto non viene più fatta). La giudice con una sola udienza di meno di 15 minuti ha respinto la mia domanda ma NON ha approvato la cavolata di Walter e soci che pretendeva che una “donazione” che è per definizione o un atto di pura liberalità e nel mio caso vincolata all’obbligo di guidare la Fondazione sino alla morte. Si parla in questo caso di “doppia soccombenza” ma la miscela ignoranza e malafede della giudice e cattiveria livida di Walter Pellegrini pur non vincenti hanno respinto anche una rateizzazione e provveduto a pignorare per un ventesimo la mia pensione sebbene avessi fatto presente che le risorse erano necessarie per la mia precaria salute. Per memoria il WP aveva percepito per fare i cavoli suoi 300mila euro di cui 80 mila non giustificati perché mi ero trasferito a Cosenza.
Degli altri due processi civili non parlo perché entrambi manipolati ed uno ridotto a “poltiglia giuridica” è all’esame del CSM.
Passiamo al penale e limitiamoci a due sole denunce: una per vessazione che significa persecuzione al punto di far precipitare la salute già fragile per una serie di interventi e mesi di ricovero in terapia intensiva e l’altra contro Mungari e due funzionarie infedeli che avevano accettato come buona un’autodichiarazione palesemente falsa.
Se non l’avessero fatto Mungari sarebbe decaduto con tutto il cucuzzaro.
Ora cosa scopro dopo due anni? Che la Procura di Roma in preda ad etilismo acuto trasmette la denuncia a Cosenza che c’entra come un cavolo a merenda. Un modo perfetto per allungare i tempi dell’inevitabile condanna del Mungari da qui all’eternità.
E come non bastasse sempre una PM di Cosenza in meno di una mesata accetta una terza versione di una querela per diffamazione (chi la trova vince un premio) già archiviata a Catanzaro dove il querelante prof miracolato alla locale Università che con Cosenza non ha nulla da spartire dovrebbe ma non può tornare a rischio di pernacchie.
E ciliegina sulla torta mi trovo “difeso” in due casi da avvocati a mia insaputa.
Se è successo a me ci sono due possibili spiegazioni: la mia testardaggine ha preso in contropiede i delinquenti specie con I Nuovi Calabresi e oggi Ritorno.
La puntata consapevole sulla mia “precarissima salute” è per ora fallita – dovranno aspettare alcuni, pochi, mesi – ma questa è la vittoria di Pirro. La denuncia per vessazione a settembre sarà sostituita da una denuncia per lesioni gravissime (art 535 CP) da perseguire d’ufficio e con pene fino a 6 anni di reclusione.
La ’briacatura fa questi scherzi, ti confonde le idee, ti appanna la vista, ti fa prendere lucciole per lanterne, pensi di poter cantare vittoria ma nonostante (l’in)Giustizia italiana anche quand’è sobria alla fine non può sputtanarsi troppo.




